giovedì 26 luglio 2018

La nostra idea di psicoanalisi.
Scuola Cura di Sé

Il principio cardine è nel metodo dell’ascolto incondizionato. Consiste nell’aprire uno spazio in cui sia possibile sentirsi accolti e ascoltati, in una relazione in cui si sospende, per quanto possibile, preconcetti, pregiudizi e aspettative. Freud (1912) in proposito: «Questa tecnica ... consiste semplicemente nel non voler prender nota di nulla in particolare e nel porgere a tutto ciò che ci capita di ascoltare la medesima “attenzione fluttuante”... la riuscita migliore si ha per contro nei casi in cui si procede senza intenzione alcuna, lasciandosi sorprendere ad ogni svolta, affrontando ciò che accade via via con mente sgombra e senza preconcetti».
Più di mezzo secolo più tardi si affermò la versione bioniana (1970) di questo metodo secondo cui l’analista deve “stabilire la libertà da memoria, desiderio e comprensione come una disciplina permanente, durevole e continua”.
Gli altri due capisaldi della nostra pratica analitica sono l’analisi del transfert e delle resistenze. Ancora Freud a Groddeck nel 1917 “chi riconosce che il transfert e la resistenza sono la chiave di volta del trattamento appartiene ormai, senza rimedio, alla schiera dannata”.
Il tentativo di prestare un ascolto incondizionato non consiste nella missione impossibile di soggiornare in un vuoto mentale sgombro da qualsiasi preconcezione ma nel tentativo di sospendere, almeno parzialmente e temporaneamente, l’adesione a qualsiasi presupposto teorico-tecnico troppo rigido. Ad esempio che l’analista debba solo interpretare, o non debba mai utilizzare il contatto corporeo, o debba necessariamente formarsi con un’analisi di cinque sedute la settimana, ecc.
E’ essenziale che la disciplina analitica porti a non affezionarsi troppo a certe teorie e tecniche che, se non contestualizzate e regolate sul bisogno dell’analizzante, si irrigidiscono – diventano stereotipate e dogmatiche – e allontanano dalla capacità di lasciarsi “sorprendere ad ogni svolta, affrontando ciò che accade via via con mente sgombra”.
E’ una capacità che si forma con un’adeguata analisi personale e di supervisione, ma soprattutto attraverso la disponibilità a mettersi continuamente in gioco in un dialogo continuo con l’analizzante, con i colleghi e con chiunque possa aiutarci ad evidenziare le nostre inevitabili macchie cieche.
E, se il metodo proposto da Freud ha una qualità fondativa, purtroppo spesso – a cominciare dallo stesso Freud – l’auspicato ascolto incondizionato si è mostrato di fatto essere altamente condizionato da presupposti di vario tipo, nel caso di Freud di tipo naturalistico-positivistico, che hanno finito per imporre il loro dominio.
La nostra formazione privilegia un approccio euristico in cui analizzante e analista “operano assieme per apprendere, scoprire e comprendere quanto più possibile” (Peterfreund, 1983) e un approccio integrativo per valorizzare la fertilizzazione incrociata tra le discipline. Un analista euristico e integrativo benché faccia riferimento a mappe che permettano di orientarsi nel campo analitico, cerca di coltivare in modo permanente la consapevolezza che il processo mantiene un’irriducibile unicità legata alle circostanze di vita, alle risorse e alle peculiari qualità sia dell’analizzante sia dell’analista. “Chi vuole mantenere una versione pura della psicoanalisi è libero di farlo; ma altri tra noi debbono seguire il soffio dello spirito e vedere cosa accade” (Eigen, 1999).

Seguire il soffio dello spirito significa, per noi, affidarsi al processo della cura e dell’esistenza, alla loro logica intrinseca, quel logos che già Eraclito aveva mostrato essere il fondamento, la matrice e l’esito di tutti i conflitti che animano il mondo della manifestazione. Si recuperano così le radici greche e sciamaniche della cura dell’anima e tutto il lavoro di ordine simbolico, immaginale e transpersonale.

domenica 15 luglio 2018

Come mi piace il mondo !

Pubblichiamo, in questa bellissima domenica di luglio, una poesia di Franco Loi.

Cume me pias el mund! L’aria, el so fiâ!
j àrbur, l’èrba, el sû, quj câ, i bèj strâd,
la lüna che se sfalsa, l’èrga tra i câ,
me pias el sals del mar, i matt cinâd,
i càlis tra i amís, i abièss nel vent,
e tücc i ròbb de Diu, anca i munâd,
i spall che van de pressia cuj öcc bass,
la dònna che te svisa i sentiment:
l’è lí el mund, e par squasi spettàss
che tí te ‘l vàrdet, te ghe dét atrâ,
che lü ‘l gh’è sempre, ma facil smemuriàss.
tràss föra ind i pernser, vèss durmentâ…
Ma quan’ che riva l’umbra de la sera,
‘me che te ciama el mund! cume slargâ
te vègn adòss quèl ciel ne la sua vera
belessa sena feng nel so pensàss,
e alura del tò pien te càmbiet cera.

Come mi piace il mondo! l’aria, il suo fiato!
gli alberi, l’erba, il sole, quelle case, le belle strade,
mi piace il salso del mare, le matte stupidate,
i calici tra gli amici, gli alberi nel vento,
e tutte le cose di Dio, anche le piccolezze,
e i tram che passano, i vetri che risplendono,
le spalle che vanno di fretta a occhi bassi,
la donna che ti turba i sentimenti:
è lí il mondo, che sembra aspettarsi
che tu lo guardi, che gli dai retta,
poiché lui c’è sempre, ma è facile dimenticarlo,
distrarsi nei pensieri, essere addormentati…
Ma quando arriva l’ombra della sera,
come ti chiama il mondo! come si allarga
e ti viene addosso quel cielo nella sua vera
bellezza senza finzioni nel suo riflettersi,
e allora per la tua pienezza cambi colore.


Franco Loi

sabato 14 luglio 2018

Abbiamo deciso di riattivare il nostro blog. 

L’obiettivo è quello di allargare la condivisione su ciò che ci appassiona : psicoanalisi, creatività , filosofia come pratica di vita, poesia, spiritualità. Chiunque volesse proporre del materiale per la pubblicazione potrà farlo scrivendo a Luca Panseri luca.panseri@gmail.com

A presto !


giovedì 5 febbraio 2015

EUDAIMONIA

Dalla serie: La dimensione immaginale di N. Freti 


Eudaimonia è una parola greca che viene tradotta comunemente con felicità. Più esattamente, è quella felicità che non dipende dalle circostanze, ma dal condurre una vita buona, una vita che è buona perché, letteralmente, è buono il rapporto con il daimon. Il daimon è la guida interiore, quella che ci indica che cosa fare (e soprattutto che cosa non fare) per realizzare le nostre potenzialità più proprie, per vivere in accordo con la nostra più vera essenza – una meta mirabilmente sintetizzata dal monito di Pindaro: uomo, diventa ciò che sei. Se essere se stessi è un compito, e non una cosa che va da sé, è perché per lo più non siamo noi stessi, ma siamo governati dal personaggio, o dalla galleria di personaggi, che i diversi automatismi biologici e culturali fanno di noi. Siamo governati in primo luogo dall’istinto di sopravvivenza, e quindi dalla paura di non farcela, e quindi dall’ossessione di controllare tutti i fattori che ci danno sicurezza: essere amati o almeno temuti, essere riconosciuti, rispettati, apprezzati. In secondo luogo, siamo condizionati a comportarci nei modi che abbiamo imparato ad associare al successo: ottenere l’attenzione e il favore dei potenti (genitori, insegnanti, coniugi, capiufficio…) assecondando le loro aspettative. La vita sociale ci insegna prevalentemente ad adattarci (o, reattivamente, a ribellarci) invece che a realizzare le nostre autentiche potenzialità. Il risultato dell’educazione media è la costruzione di un falso sé, familiarmente detto ego. Sia chiaro, costruire un ego solido e ben strutturato è necessario per sopravvivere in questo mondo, e la sopravvivenza è un prerequisito, se vogliamo poi anche vivere bene, condurre una vita buona. Il problema è che quando la sopravvivenza è ragionevolmente assicurata, e siamo pronti a cominciare a vivere davvero la nostra vita, l’ego si è talmente installato al posto di comando che diventa molto difficile sloggiarlo da lì. Anzi, noi siamo a tal punto diventati lui, che non ci viene nemmeno in mente che il nostro posto è stato preso da un impostore – per il nostro bene, si capisce. O, almeno, non ci viene in mente fintanto che bene o male i nostri conti esistenziali tornano. È quando questi conti non tornano più – ammesso che siano mai tornati –, quando siamo messi di fronte al fallimento inesorabile dei nostri tentativi di tenere le cose sotto controllo, o non riusciamo più a sopportare lo stress prodotto da tali tentativi, anche quando hanno successo, che un benefico dubbio comincia a minare le nostre ben custodite certezze. Forse la vita non funziona come abbiamo sempre pensato funzionasse, forse non siamo la persona che abbiamo sempre pensato di essere, forse non è questa la nostra vera vita. Cominciamo a capire, a quel punto, di essere prigionieri in casa nostra. L’ego, cui pure siamo grati perché ci ha permesso di sopravvivere, è diventato il nostro padrone. Quando lo capiamo davvero, liberarci dal tiranno diventa la nostra priorità.

Abbiamo adottato il termine di entronautica, felicemente coniato da Scanziani, per indicare il cammino di liberazione, o di risveglio al nostro vero essere, o di realizzazione di ciò che realmente siamo. Priorità è la parola chiave per caratterizzare questo cammino, o questa navigazione interiore. Perché? Semplice: perché fintanto che questo cammino non diventa l’asse centrale intorno al quale orientare tutta la nostra esistenza, il centro direzionale e operativo continua a essere occupato dall’ego, che non cessa di dettare le sue priorità. La coscienza ordinaria non ha idea della strepitosa potenza di autoinganno di cui dispone l’ego, dell’abilità consumata e sopraffina con cui ci convince che abbiamo assolutamente bisogno di questo, che non possiamo assolutamente sopportare quest’altro. Quindi, sussurra bonariamente l’ego, l’entronautica va bene, un’ottima cosa anzi, purché sia praticata nei ritagli di tempo e con gli scampoli di risorse avanzati dalla cura delle cose che realmente contano: portare a casa il pane e il companatico, garantire la sicurezza dei nostri rapporti affettivi, consolidare la nostra posizione nel mondo, tenere a bada tutte le minacce alla nostra sopravvivenza fisica, psicologica, economica.


E dunque, per noi che siamo ancora così spaventati e dominati dall’ego, per noi che abbiamo appena cominciato a rendercene conto, ma siamo ancora tanto lontani dal poter assumere come prioritario il cammino di liberazione, non c’è speranza? L’entronautica è dunque un’impresa per pochi, pochissimi eletti, per un manipolo di iniziati? Certo, così sarebbe se intendessimo l’entronautica come un’associazione tra entronauti fatti e finiti. Se tuttavia vogliamo tenere i piedi piantati per terra, non ci è difficile capire che l’unica entronautica che possiamo ragionevolmente praticare è tra persone che hanno appena intuito l’importanza e la necessità di questo cammino, ma sono ancora impedite da resistenze soverchianti a procedere effettivamente ed efficacemente in questa direzione, se non per piccoli, piccolissimi passi. Ci troviamo in questa situazione paradossale: abbiamo capito che cosa dobbiamo fare, in quale direzione ci dobbiamo muovere, ma siamo sostanzialmente impotenti a farlo. Siamo certi che non ce la faremo mai con le nostre sole forze. Una grazia dovrà scendere su di noi, solo una grazia, per definizione immeritata, ci potrà salvare. E tuttavia qualcosa di importante, forse di decisivo, possiamo fare. Possiamo riconoscere la nostra impotenza e viverla, invece di negarla fuggendo sulle ali della volontà di potenza egoica; possiamo confidare nel potere del processo, della semplice presenza alle cose come sono, invece che nel potere egoico di cambiarle a oltranza (una volta fatto ciò che era possibile e ragionevole fare); possiamo cercare e privilegiare la compagnia di naviganti che, come noi, sono decisi a procedere in questa direzione, nonostante le resistenze gigantesche che ci frenano, e quindi a creare dei momenti di incontro in cui, almeno nello spazio di una serata o di un seminario di fine settimana, il viaggio interiore sia effettivamente la nostra priorità. In questo senso, l’incontro mensile del Circolo entronautico (riservato agli allievi o ex-allievi della Scuola) e il Seminario trimestrale di entronautica (per coloro che non frequentano il seminario mensile della Scuola) sono delle occasioni offerte a coloro sono seriamente interessati al viaggio interiore e determinati a renderlo prioritario, per quanto la loro situazione esistenziale in un momento dato lo consenta. (tcc)

domenica 28 dicembre 2014

chiotami


Seppi per la prima volta dei chiotami quando avevo sei anni. Avevo capito che li faceva Gesù, e che ne faceva tanti, ma non riuscendo a  immaginare come fossero fatti lo chiesi a mia madre. Lei finse di non saperne nulla, e volle farmi credere che nella frase "O mio caro e buon Gesù, fa chiotami sempre più", l'espressione "fa chiotami" dovesse essere intesa come "fa che io t'ami". Ovviamente non le credetti. Implorare Gesù perché mi inducesse ad amarlo sempre più era una cosa per me priva di senso e soprattutto di interesse. Era invece evidente che un uomo potente come Gesù, un uomo-dio, doveva fare grandi cose, cose divine: i chiotami, appunto. Poiché, d'altra parte, nessuno sembrava disposto a rivelarmene il segreto, mi rassegnai e non ci pensai più.

Mi tornarono alla mente anni più tardi, quando mi imbattei nel divino Maestro Eckhart, che mi diede un'altra traccia. Il padre genera il figlio in ogni uomo e in ogni tempo, non nel solo Gesù di Nazaret, insegnava Eckhart. Il che significa che ogni uomo è potenzialmente divino e può fare chiotami come Gesù. Questa verità era inaccettabile per la Chiesa del suo tempo, che lo condannò. (Sono certo che anche mia madre è stata costretta a nascondermi queste cose per motivi simili). Disponevo così di una chiave preziosa, ma non sapevo ancora che farne. Dovevano passare altri decenni prima che avvenisse l'incontro decisivo.


Nel dicembre del 2001 mi trovavo a Torino. Il discorso dei chiotami venne fuori casualmente in una tavolata di artisti. Io raccontai la storia come avevo fatto in altre occasioni, ma questa volta non ottenni solo la solita cortese o divertita attenzione. Per gli artisti un oggetto fantastico non è, come per le persone comuni, un oggetto semplicemente immaginario, ma un oggetto che è percepito dalla fantasia per essere poi trasferito nella realtà. Per la prima volta si parlò di come portare i chiotami alla concreta e visibile esistenza in questo mondo.

Come mai è dovuto passare più di mezzo secolo tra l'intuizione originaria e la sua realizzazione? Io credo che sia perché l'intuizione era inattuale, unzeitgemäss, come avrebbe detto un altro grande maestro tedesco. Alla metà del secolo scorso, in piena era razionalista, solo un bambino poteva avere la mente abbastanza libera per accogliere i chiotami. Ma oggi si apre per l'umanità una fase straordinariamente ricca di possibilità evolutive. Una fase in cui l'uomo, e da subito la sua avanguardia creativa, l'artista, potrà rivendicare la capacità primigenia di fare chiotami, troppo a lungo ritenuta una prerogativa esclusiva degli dei.

Il chiotami (si chiama così anche al singolare) è un oggetto misterioso e fantastico, e insieme critico. Nel produrlo l'artista si muove sulla linea che unisce i due vertici della sacralità e della dissacrazione. Nel primo l'artista recupera l'originaria funzione sciamanica e si fa mediatore del sacro, nel secondo esercita fino in fondo e senza compromessi la funzione critica dell'esistente — con particolare attenzione a quelle forme che, pretendendo di incarnare il sacro in modo esclusivo, come se una ierofania fosse superiore o più vera di un'altra, si trasformano ipso facto in idoli e feticci. Il singolo chiotami si potrà trovare più vicino all'uno o all'altro dei due poli, a seconda delle scelte dell'artista e di vari fattori concomitanti, ma sempre sulla linea che li congiunge, vero asse portante della ricerca artistica più attuale. Per questo motivo non credo di esagerare se dico che il chiotami è forse l'oggetto che più e meglio di ogni altro rappresenta il fare artistico del nostro tempo. Tullio Carere Comes
https://www.facebook.com/chiotami

lunedì 17 novembre 2014

Non dire sono malato, ma ho una malattia



Non dire sono malato, ma ho una malattia, è un modo per prendere le distanze dall'evento disturbante, e grazie a questa distanza analizzarne il significato. In quasi mezzo secolo di pratica (mi sono laureato in medicina nel fatidico '68) mi sono convinto che ogni malattia ha qualcosa da dirci, e che potremo curarla bene solo se saremo capaci di ascoltare bene il messaggio che veicola. Ma si può ascoltare bene solo c'è una distanza sufficiente: quella che guadagno dicendo appunto che non sono malato, ma ho una malattia. In questo modo non solo guadagno una distanza di ascolto e di analisi, ma prendo contatto con quel nucleo essenziale (di me, della relazione) che è dotato di infinite risorse di guarigione.

L'organismo psicofisico nasce e muore, e nel tempo che passa tra l'inizio e la fine non sempre sta bene, a volte si ammala. Le malattie a volte sono somatiche, altre volte sono psichiche, più spesso sono psicosomatiche. Un problema nasce sicuramente dall'identificazione tra la malattia e il soggetto che ne soffre, per effetto della quale lui pensa di essere malato, o sono gli altri a pensarlo. Una trappola che il cardiochirurgo Bartaccioni aveva visto molto bene, quando diceva: "Io non sono malato, io ho un cancro (allo stomaco, quarto stadio)". Negare la malattia (somatica, psichica o psicosomatica che sia) serve solo a impedirsi di riconoscerla e curarla. Non la malattia, ma l'identificazione con la malattia deve essere negata, ovvero deve essere scoperta come una delle illusioni più pericolose. In questo senso si può dire che il principio più importante della cura consiste nell'aiutare il paziente a capire di non essere malato, ma di avere una malattia. Al di là di farmaci o procedure terapeutiche, il fattore curativo principale è la consapevolezza del proprio essere originario (quello che alcuni buddisti chiamano mente naturale), della propria essenza che è al di qua e al di là di ogni identificazione. Non dico che sia facile trovarla. Ma non è difficile capire che finché non l'avremo trovata (o nella misura in cui non l'abbiamo trovata) saremo sempre vittime di malattie e circostanze avverse di ogni genere. Per chi l'ha capito, la ricerca (meditativa ma soprattutto dialogica) del principio essenziale (guidata dalla domanda: "chi sono io?", suggeriva Nisargadatta) è la priorità intorno a cui si orienta tutta l'esistenza. (tcc

martedì 11 novembre 2014

CONSIDERAZIONI SUL CONVEGNO Cura dell'anima, cura del sé. Dagli sciamani agli psico-terapeuti. Antropologie a confronto


Il 25 ottobre si è tenuto a Cinisello Balsamo il convegno “Cura dell’anima, cura del sé”. Di seguito alcune nostre osservazioni riassuntive.

Il primo relatore, Romano Madera, riferendosi al filosofo Hadot, ha segnalato come compito del dialogo sia (anche) quello di mostrare i limiti del linguaggio: come se dovessimo abitare fino in fondo la parola per arrivare alla soglia del silenzio – un silenzio ben diverso da quello di chi non ha percorso a lungo i sentieri del linguaggio, così come il non sapere di chi ha attraversato il campo dei saperi è altra cosa dal non sapere di chi quella fatica ha preteso di risparmiarsi. In questa prospettiva è importante mantenere la consapevolezza del rischio di un troppo disinvolto evitamento della fatica del concetto. Ciò porta a sbilanciarsi verso un eccessivo investimento sull'elemento simbolico-figurale, critica che Madera ha rivolto a Hillman.
Se nel lavoro di cura trascuriamo infatti la dimensione biografico-concettuale, rischiamo, secondo Madera, di rimanere impantanati in un’attività immaginale che più che creativa si rivela velleitaria o intrisa di onnipotenza.

Del ritorno alla theoria greca abbiamo bisogno in un mondo inondato e assordato da teorie, ha felicemente osservato Claudia Baracchi: quella theoria che è contemplazione, visione spaziosa capace di cogliere l'insieme, l'essenza delle cose – visione illuminativa, visione divina come esercizio di espansione nel cosmo. Un cosmo che è divino, come anche noi possiamo esserlo, se grazie alla contemplazione riusciamo ad accordarci con l'armonia cosmica. Questa ampiezza di visione ci permette di uscire dall'automatismo e di conquistare la libertà di agire andando oltre la schiavitù del reagire.

Il vuoto quantistico non è il vuoto meccanico, ci ha spiegato Gianfranco Basti: è la dimensione in cui siamo tutti connessi. Se le parti sono in coerenza di fase formano un sistema, un insieme: altrimenti ognuno va per conto suo. Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno è superare la cosalizzazione dello spirito prodotta dalla scienza moderna, a partire da Cartesio: la res cogitans dentro la res extensa è una cosa dentro una macchina. La scienza quantistica aiuta a liberare lo spirito da questa aberrazione: lo spirito che soffia nel vuoto quantistico non è una cosa, è relazione.

Vito Mancuso è stato in sintonia con Claudia Baracchi nel definire lo spirito come quella parte più sottile di noi che è capace di salire sopra di sé, di prendere le distanze dal corpo e dalla mente e grazie a questa distanza conoscerli e non esserne condizionato. Lo spirito è libertà. Mancuso ha poi posto interrogativi decisivi per ogni persona che si dedica alla cura. Come abito il mio corpo, cosa voglio dal mio essere parte del cosmo ?  La sua risposta: voglio poter ospitare un calore vitale che mi permetta di risuonare in coerenza di fase. Il mondo può essere vissuto come caverna, esilio, hotel impersonale: ma è possibile tornare a sentirsi a casa propria se curiamo questa alienazione ritrovando il sentimento di unità con il mondo. Il mondo è malato, ha bisogno urgente di cure. Ma molti segni ci fanno pensare che dopo 25 secoli siamo entrati in una nuova Achsenzeit (epoca assiale, sec. Jaspers): un periodo in cui si percepiscono grandi fermenti di libertà dal vecchio modo di pensare dogmatico e meccanicistico che ha dominato per secoli la religione e la scienza. La nostra ricerca può diventare un tentativo di illuminare il caos nella prospettiva della cura, cui l’uomo, ricorda Mancuso riferendosi all’insegnamento heideggeriano, appartiene in modo integrale.

Per Selene Calloni Williams non abbiamo bisogno di terapia, parola con cui lei si riferisce alla terapia modernamente intesa come procedura tecnica: se questa è terapia, allora la cura è non-terapia (ma non è questo il senso della parola greca therapeia, aveva ricordato Claudia Baracchi).  Al di là dei termini, potremmo essere tutti d'accordo: la cura del disagio esistenziale non è cure, è care. La cura, per Selene, è essenzialmente recupero dell'anima originaria, dell'anima selvaggia, corrotta e alienata dalla cultura. Un recupero che è reso possibile dal rito: il suono del tamburo, il canto, la danza, la meditazione che riattivano la capacità immaginativa e riaprono l'accesso al mondo naturale. Un ritorno allo stato naturale come cura radicale del disagio della civiltà: una via che per alcuni può essere più diretta ed efficace di altre, più colte e riflessive.

Tullio Carere ha collegato la cura autentica del sé o dell'anima alla ricerca dell'eudaimonia, cioè a un recupero di sintonia con la dimensione daimonica, quella realtà primaria in cui superiamo la condizione di separatezza tra noi e il mondo e ritroviamo quel senso di unità con l'essere originario che sentiamo appartenerci come diritto di nascita. Tullio ha descritto due vie di liberazione complementari, governate da due daimones: lo spirito del dialogo (con i suoi due volti dialogico e dialettico) e quello della meditazione (anch'esso con due volti: meditazione contemplativa e pratica immaginale indispensabile – tra l'altro – per il reperimento dei compagni di viaggio nel mondo interiore, come gli interlocutori dialogici lo sono nel mondo esterno). Su entrambe le vie si tratta di recuperare la dimensione originaria in modo non regressivo, ma corrispondente al livello evolutivo raggiunto in un momento dato

In conclusione al di là dei termini impiegati e dei differenti riferimenti culturali è sembrato che per tutti i relatori l’elemento centrale della cura consista nel ricongiungimento con una condizione originaria perduta, comunque questa sia espressa: in termini teologici, o naturali, o energetici, o in altro modo.

Cerchiamo tutti la stessa cosa, ma seguiamo vie diverse, corrispondenti alle nostre inclinazioni, al nostro temperamento, alle nostre scelte: riflessione filosofica, contemplazione, analisi, rito, dialogo,...

Tuttavia, persino in una situazione di rara armonia d’intenti come si è rivelata essere quella del convegno, facciamo fatica a volte a riconoscere l'unità nella differenza, e ricreiamo opposizioni non dialettiche ma reciprocamente escludentisi. Almeno una differenza è sembrata netta e meritevole di ulteriore approfondimento (sottolineata da Claudia Baracchi nella tavola rotonda): quella tra una concezione di una "mente naturale", come la chiamano i buddisti, con la quale è possibile riconnettersi superando ogni forma di condizionamento culturale – posizione sostenuta con molta energia da Selene Calloni Williams- e un'altra concezione che nega la stessa possibilità di una mente naturale, essendo ogni nostra esperienza e ogni nostro atto irrimediabilmente e insuperabilmente culturali – posizione sostenuta dalla stessa Claudia Baracchi.