martedì 21 ottobre 2014

IL POTERE DEL DESIDERIO


Il desiderio è vita. Dubitare del suo potere e della sua legittimità è come dubitare della vita. Ciò di cui si deve invece dubitare sempre è la giustezza dell’oggetto del desiderio. Questa cosa è giusta, me la merito, la voglio a tutti i costi: ecco l’istruzione più sicura per rendersi infelici.

Occorre distinguere bene quando il dubbio è appropriato e quando non lo è. Una volta scoperta la potenza del desiderio, dubitarne ha solo l’effetto di indebolirlo, è un atto di sabotaggio. Il desiderio è vita. Dubitare del suo potere e della sua legittimità è come dubitare della vita: è un dubbio mortifero. La fede nella vita è la fede che sposta le montagne. Magari di poco, ma le sposta. Se insistiamo, viene il giorno che la montagna insormontabile diventa la collinetta su cui andiamo a passeggiare. Fedeltà al desiderio vuol dire questo: fede incrollabile nella forza del desiderio vitale che non si scoraggia davanti a nessuna difficoltà. 

Ciò di cui si deve invece dubitare sempre è la giustezza dell’oggetto del desiderio. Questa cosa è giusta, me la merito, la voglio a tutti i costi: ecco l’istruzione più sicura per rendersi infelici. Invece: questa cosa mi piace, faccio il possibile per ottenerla, ma non do per scontato né che sia la cosa giusta da desiderare né che me la meriti. Quindi tengo occhi e orecchie ben aperti non solo per non lasciarmi sfuggire nulla di ciò che può aiutare a raggiungere il mio obiettivo, ma anche per cogliere tutti i segnali che suggeriscono una correzione di rotta o un cambiamento di obiettivo. In sintesi, questa è la chiave per attingere al potere del desiderio: fede assoluta nella sua forza, dubbio sistematico sul suo oggetto. Per rendere impotente il desiderio, basta fare il contrario: fissarsi sull’oggetto e dubitare della forza. (tcc

mercoledì 15 ottobre 2014

EUDAIMONIA



Questa parola greca viene normalmente tradotta con la parola italiana felicità, o in inglese happiness. La traduzione è corretta, ma il punto è che si tratta di una felicità ben diversa da quella dell'uso corrente. Eudaimonia significa precisamente e letteralmente quella felicità che deriva da un buon rapporto con il daimon, o con la dimensione daimonica – vale a dire con la dimensione del numinoso o del sacro. La felicità comunemente intesa è invece la felicità profana che è strettamente legata al realizzarsi di qualche aspettativa: sarò felice quando, sarò felice se, sono felice fintanto che, sono felice a patto che... In altre parole, l'eudaimonia è la felicità incondizionata, mentre la felicità ordinaria è condizionata dal verificarsi delle condizioni più varie. La realizzazione dell'eudaimonia, insegnava Aristotele, è legata non al verificarsi di condizioni qualsiasi, ma alla scoperta e realizzazione del proprio principio, della propria essenza originaria: non dipende pertanto da nessuna delle condizioni invocate per la felicità ordinaria, ma solo dalla cura (therapeia) dell'anima (psyche)  – psico-terapia con il trattino, per distinguerla dalla psicoterapia intesa come cura di disturbi patologici mediante procedure empiricamente validate per la cura di quei disturbi, riservata per legge a medici e psicologi.


Per una rivisitazione sorprendente e straordinariamente attuale del pensiero di Aristotele, raccomando L'architettura dell'umano. Aristotele e l'etica come filosofia prima, di Claudia Baracchi (Vita e Pensiero, 2014). Mi permetto di ricordare che Claudia sarà uno dei relatori del convegno milanese del prossimo 25 ottobre Cura dell'anima, cura del sé - Dagli sciamani agli psico-terapeuti (http://www.cyberpsych.org/dia/convegno/Curadell'anima.html), in cui la tematica dell'eudaimonia sarà uno dei fili conduttori. (tcc)