martedì 11 novembre 2014

CONSIDERAZIONI SUL CONVEGNO Cura dell'anima, cura del sé. Dagli sciamani agli psico-terapeuti. Antropologie a confronto


Il 25 ottobre si è tenuto a Cinisello Balsamo il convegno “Cura dell’anima, cura del sé”. Di seguito alcune nostre osservazioni riassuntive.

Il primo relatore, Romano Madera, riferendosi al filosofo Hadot, ha segnalato come compito del dialogo sia (anche) quello di mostrare i limiti del linguaggio: come se dovessimo abitare fino in fondo la parola per arrivare alla soglia del silenzio – un silenzio ben diverso da quello di chi non ha percorso a lungo i sentieri del linguaggio, così come il non sapere di chi ha attraversato il campo dei saperi è altra cosa dal non sapere di chi quella fatica ha preteso di risparmiarsi. In questa prospettiva è importante mantenere la consapevolezza del rischio di un troppo disinvolto evitamento della fatica del concetto. Ciò porta a sbilanciarsi verso un eccessivo investimento sull'elemento simbolico-figurale, critica che Madera ha rivolto a Hillman.
Se nel lavoro di cura trascuriamo infatti la dimensione biografico-concettuale, rischiamo, secondo Madera, di rimanere impantanati in un’attività immaginale che più che creativa si rivela velleitaria o intrisa di onnipotenza.

Del ritorno alla theoria greca abbiamo bisogno in un mondo inondato e assordato da teorie, ha felicemente osservato Claudia Baracchi: quella theoria che è contemplazione, visione spaziosa capace di cogliere l'insieme, l'essenza delle cose – visione illuminativa, visione divina come esercizio di espansione nel cosmo. Un cosmo che è divino, come anche noi possiamo esserlo, se grazie alla contemplazione riusciamo ad accordarci con l'armonia cosmica. Questa ampiezza di visione ci permette di uscire dall'automatismo e di conquistare la libertà di agire andando oltre la schiavitù del reagire.

Il vuoto quantistico non è il vuoto meccanico, ci ha spiegato Gianfranco Basti: è la dimensione in cui siamo tutti connessi. Se le parti sono in coerenza di fase formano un sistema, un insieme: altrimenti ognuno va per conto suo. Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno è superare la cosalizzazione dello spirito prodotta dalla scienza moderna, a partire da Cartesio: la res cogitans dentro la res extensa è una cosa dentro una macchina. La scienza quantistica aiuta a liberare lo spirito da questa aberrazione: lo spirito che soffia nel vuoto quantistico non è una cosa, è relazione.

Vito Mancuso è stato in sintonia con Claudia Baracchi nel definire lo spirito come quella parte più sottile di noi che è capace di salire sopra di sé, di prendere le distanze dal corpo e dalla mente e grazie a questa distanza conoscerli e non esserne condizionato. Lo spirito è libertà. Mancuso ha poi posto interrogativi decisivi per ogni persona che si dedica alla cura. Come abito il mio corpo, cosa voglio dal mio essere parte del cosmo ?  La sua risposta: voglio poter ospitare un calore vitale che mi permetta di risuonare in coerenza di fase. Il mondo può essere vissuto come caverna, esilio, hotel impersonale: ma è possibile tornare a sentirsi a casa propria se curiamo questa alienazione ritrovando il sentimento di unità con il mondo. Il mondo è malato, ha bisogno urgente di cure. Ma molti segni ci fanno pensare che dopo 25 secoli siamo entrati in una nuova Achsenzeit (epoca assiale, sec. Jaspers): un periodo in cui si percepiscono grandi fermenti di libertà dal vecchio modo di pensare dogmatico e meccanicistico che ha dominato per secoli la religione e la scienza. La nostra ricerca può diventare un tentativo di illuminare il caos nella prospettiva della cura, cui l’uomo, ricorda Mancuso riferendosi all’insegnamento heideggeriano, appartiene in modo integrale.

Per Selene Calloni Williams non abbiamo bisogno di terapia, parola con cui lei si riferisce alla terapia modernamente intesa come procedura tecnica: se questa è terapia, allora la cura è non-terapia (ma non è questo il senso della parola greca therapeia, aveva ricordato Claudia Baracchi).  Al di là dei termini, potremmo essere tutti d'accordo: la cura del disagio esistenziale non è cure, è care. La cura, per Selene, è essenzialmente recupero dell'anima originaria, dell'anima selvaggia, corrotta e alienata dalla cultura. Un recupero che è reso possibile dal rito: il suono del tamburo, il canto, la danza, la meditazione che riattivano la capacità immaginativa e riaprono l'accesso al mondo naturale. Un ritorno allo stato naturale come cura radicale del disagio della civiltà: una via che per alcuni può essere più diretta ed efficace di altre, più colte e riflessive.

Tullio Carere ha collegato la cura autentica del sé o dell'anima alla ricerca dell'eudaimonia, cioè a un recupero di sintonia con la dimensione daimonica, quella realtà primaria in cui superiamo la condizione di separatezza tra noi e il mondo e ritroviamo quel senso di unità con l'essere originario che sentiamo appartenerci come diritto di nascita. Tullio ha descritto due vie di liberazione complementari, governate da due daimones: lo spirito del dialogo (con i suoi due volti dialogico e dialettico) e quello della meditazione (anch'esso con due volti: meditazione contemplativa e pratica immaginale indispensabile – tra l'altro – per il reperimento dei compagni di viaggio nel mondo interiore, come gli interlocutori dialogici lo sono nel mondo esterno). Su entrambe le vie si tratta di recuperare la dimensione originaria in modo non regressivo, ma corrispondente al livello evolutivo raggiunto in un momento dato

In conclusione al di là dei termini impiegati e dei differenti riferimenti culturali è sembrato che per tutti i relatori l’elemento centrale della cura consista nel ricongiungimento con una condizione originaria perduta, comunque questa sia espressa: in termini teologici, o naturali, o energetici, o in altro modo.

Cerchiamo tutti la stessa cosa, ma seguiamo vie diverse, corrispondenti alle nostre inclinazioni, al nostro temperamento, alle nostre scelte: riflessione filosofica, contemplazione, analisi, rito, dialogo,...

Tuttavia, persino in una situazione di rara armonia d’intenti come si è rivelata essere quella del convegno, facciamo fatica a volte a riconoscere l'unità nella differenza, e ricreiamo opposizioni non dialettiche ma reciprocamente escludentisi. Almeno una differenza è sembrata netta e meritevole di ulteriore approfondimento (sottolineata da Claudia Baracchi nella tavola rotonda): quella tra una concezione di una "mente naturale", come la chiamano i buddisti, con la quale è possibile riconnettersi superando ogni forma di condizionamento culturale – posizione sostenuta con molta energia da Selene Calloni Williams- e un'altra concezione che nega la stessa possibilità di una mente naturale, essendo ogni nostra esperienza e ogni nostro atto irrimediabilmente e insuperabilmente culturali – posizione sostenuta dalla stessa Claudia Baracchi. 


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