lunedì 17 novembre 2014

Non dire sono malato, ma ho una malattia



Non dire sono malato, ma ho una malattia, è un modo per prendere le distanze dall'evento disturbante, e grazie a questa distanza analizzarne il significato. In quasi mezzo secolo di pratica (mi sono laureato in medicina nel fatidico '68) mi sono convinto che ogni malattia ha qualcosa da dirci, e che potremo curarla bene solo se saremo capaci di ascoltare bene il messaggio che veicola. Ma si può ascoltare bene solo c'è una distanza sufficiente: quella che guadagno dicendo appunto che non sono malato, ma ho una malattia. In questo modo non solo guadagno una distanza di ascolto e di analisi, ma prendo contatto con quel nucleo essenziale (di me, della relazione) che è dotato di infinite risorse di guarigione.

L'organismo psicofisico nasce e muore, e nel tempo che passa tra l'inizio e la fine non sempre sta bene, a volte si ammala. Le malattie a volte sono somatiche, altre volte sono psichiche, più spesso sono psicosomatiche. Un problema nasce sicuramente dall'identificazione tra la malattia e il soggetto che ne soffre, per effetto della quale lui pensa di essere malato, o sono gli altri a pensarlo. Una trappola che il cardiochirurgo Bartaccioni aveva visto molto bene, quando diceva: "Io non sono malato, io ho un cancro (allo stomaco, quarto stadio)". Negare la malattia (somatica, psichica o psicosomatica che sia) serve solo a impedirsi di riconoscerla e curarla. Non la malattia, ma l'identificazione con la malattia deve essere negata, ovvero deve essere scoperta come una delle illusioni più pericolose. In questo senso si può dire che il principio più importante della cura consiste nell'aiutare il paziente a capire di non essere malato, ma di avere una malattia. Al di là di farmaci o procedure terapeutiche, il fattore curativo principale è la consapevolezza del proprio essere originario (quello che alcuni buddisti chiamano mente naturale), della propria essenza che è al di qua e al di là di ogni identificazione. Non dico che sia facile trovarla. Ma non è difficile capire che finché non l'avremo trovata (o nella misura in cui non l'abbiamo trovata) saremo sempre vittime di malattie e circostanze avverse di ogni genere. Per chi l'ha capito, la ricerca (meditativa ma soprattutto dialogica) del principio essenziale (guidata dalla domanda: "chi sono io?", suggeriva Nisargadatta) è la priorità intorno a cui si orienta tutta l'esistenza. (tcc

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