domenica 28 dicembre 2014

chiotami


Seppi per la prima volta dei chiotami quando avevo sei anni. Avevo capito che li faceva Gesù, e che ne faceva tanti, ma non riuscendo a  immaginare come fossero fatti lo chiesi a mia madre. Lei finse di non saperne nulla, e volle farmi credere che nella frase "O mio caro e buon Gesù, fa chiotami sempre più", l'espressione "fa chiotami" dovesse essere intesa come "fa che io t'ami". Ovviamente non le credetti. Implorare Gesù perché mi inducesse ad amarlo sempre più era una cosa per me priva di senso e soprattutto di interesse. Era invece evidente che un uomo potente come Gesù, un uomo-dio, doveva fare grandi cose, cose divine: i chiotami, appunto. Poiché, d'altra parte, nessuno sembrava disposto a rivelarmene il segreto, mi rassegnai e non ci pensai più.

Mi tornarono alla mente anni più tardi, quando mi imbattei nel divino Maestro Eckhart, che mi diede un'altra traccia. Il padre genera il figlio in ogni uomo e in ogni tempo, non nel solo Gesù di Nazaret, insegnava Eckhart. Il che significa che ogni uomo è potenzialmente divino e può fare chiotami come Gesù. Questa verità era inaccettabile per la Chiesa del suo tempo, che lo condannò. (Sono certo che anche mia madre è stata costretta a nascondermi queste cose per motivi simili). Disponevo così di una chiave preziosa, ma non sapevo ancora che farne. Dovevano passare altri decenni prima che avvenisse l'incontro decisivo.


Nel dicembre del 2001 mi trovavo a Torino. Il discorso dei chiotami venne fuori casualmente in una tavolata di artisti. Io raccontai la storia come avevo fatto in altre occasioni, ma questa volta non ottenni solo la solita cortese o divertita attenzione. Per gli artisti un oggetto fantastico non è, come per le persone comuni, un oggetto semplicemente immaginario, ma un oggetto che è percepito dalla fantasia per essere poi trasferito nella realtà. Per la prima volta si parlò di come portare i chiotami alla concreta e visibile esistenza in questo mondo.

Come mai è dovuto passare più di mezzo secolo tra l'intuizione originaria e la sua realizzazione? Io credo che sia perché l'intuizione era inattuale, unzeitgemäss, come avrebbe detto un altro grande maestro tedesco. Alla metà del secolo scorso, in piena era razionalista, solo un bambino poteva avere la mente abbastanza libera per accogliere i chiotami. Ma oggi si apre per l'umanità una fase straordinariamente ricca di possibilità evolutive. Una fase in cui l'uomo, e da subito la sua avanguardia creativa, l'artista, potrà rivendicare la capacità primigenia di fare chiotami, troppo a lungo ritenuta una prerogativa esclusiva degli dei.

Il chiotami (si chiama così anche al singolare) è un oggetto misterioso e fantastico, e insieme critico. Nel produrlo l'artista si muove sulla linea che unisce i due vertici della sacralità e della dissacrazione. Nel primo l'artista recupera l'originaria funzione sciamanica e si fa mediatore del sacro, nel secondo esercita fino in fondo e senza compromessi la funzione critica dell'esistente — con particolare attenzione a quelle forme che, pretendendo di incarnare il sacro in modo esclusivo, come se una ierofania fosse superiore o più vera di un'altra, si trasformano ipso facto in idoli e feticci. Il singolo chiotami si potrà trovare più vicino all'uno o all'altro dei due poli, a seconda delle scelte dell'artista e di vari fattori concomitanti, ma sempre sulla linea che li congiunge, vero asse portante della ricerca artistica più attuale. Per questo motivo non credo di esagerare se dico che il chiotami è forse l'oggetto che più e meglio di ogni altro rappresenta il fare artistico del nostro tempo. Tullio Carere Comes
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